PDRN in skincare: cos’è, a cosa serve e come usarlo (senza farsi fregare dal marketing)
Negli ultimi mesi la presenza del PDRN in skincare è il nuovo trend: è diventato la parola magica stampata su sieri e creme “riparatrici”, spesso con il sottotitolo poetico “salmon DNA”. L’idea è semplice (e seducente): pelle più compatta, più luminosa, più “in pace”, senza la fase di irritazione che a volte accompagna gli attivi più aggressivi.
Peccato che, nel mondo della skincare domiciliare, “PDRN” può significare cose molto diverse: a volte è davvero presente (solo che in etichetta si chiama in un altro modo), a volte è in quantità minuscole, altre volte il risultato lo fa il resto della formula e il PDRN si prende gli applausi perché è in copertina.
In questa guida facciamo ordine: cos’è il PDRN in skincare, come riconoscere il PDRN nell’INCI, cosa aspettarsi realisticamente e come scegliere un prodotto sensato.
Prima di entrare nei dettagli, ecco una mini-scheda rapida: se ti basta un riassunto “da scaffale in profumeria”, è questa.
Box: PDRN in skincare, guida rapida
Se stai cercando “PDRN” in un siero o in una crema, queste sono le 3 cose da controllare al volo prima di farti convincere dal nome.
- INCI: spesso non trovi scritto “PDRN”, ma diciture come Sodium DNA o Hydrolyzed DNA.
- Quantità (se dichiarata): se vedi i ppm, puoi capire se è un ingrediente “presente sul serio” o solo un cameo.
- Origine: “salmon DNA” non è una metafora. Se per te la skincare deve essere vegan, questo punto va chiarito bene.
Ora entriamo nel dettaglio: prima di tutto, cos’è davvero il PDRN quando lo trovi in un cosmetico da usare a casa.
Cos’è il PDRN (in parole semplici)
PDRN è l’acronimo di PolyDeoxyRiboNucleotide: in pratica, una miscela di frammenti di DNA (catene di deossiribonucleotidi) tagliate in pezzi più piccoli e purificate.
Nel mondo beauty lo trovi spesso raccontato come “salmon DNA” (DNA di salmone), perché una parte importante delle materie prime in circolazione è storicamente descritta come derivata da sorgenti ittiche. Negli ultimi anni, però, alcuni brand dichiarano alternative con approcci biotech/microbici per ottenere frammenti simili senza passare per la filiera “pesce”.
PDRN in skincare: come lo trovi nell’INCI
Se c’è una cosa che rende il PDRN perfetto per il marketing è questa: in etichetta spesso non si chiama “PDRN”. Quindi puoi trovarti davanti un siero che urla “PDRN” in fronte… e poi nell’INCI non c’è niente che gli assomigli. Classico.
A livello di nomenclatura cosmetica, PDRN e varianti vengono ricondotti a diciture INCI come Sodium DNA, Sodium DNA/RNA o Hydrolyzed DNA. Nelle banche dati europee tipo CosIng, questi ingredienti risultano classificati con funzione skin conditioning (cioè: “mantiene la pelle in buone condizioni”).
Se il prodotto si chiama “PDRN” ma nell’INCI non trovi nessuna di queste diciture, è più storytelling che sostanza.
Quando lo vedi in formule con umettanti, lipidi/barriera e attivi lenitivi, di solito l’obiettivo è comfort/riparazione della barriera cutanea.
E ora vediamo l’aspetto più spinoso: origine (salmon sì/no) e cosa significa per chi cerca skincare vegan.
Origine e questione vegan/etichette
Qui il marketing tende a fare il poeta, ma la realtà è molto più terra-terra: quando leggi “salmon DNA” spesso significa esattamente quello. La fonte storicamente più citata per il PDRN è la filiera ittica (salmone/trota), in particolare il milt/sperm, da cui vengono estratti e purificati frammenti di DNA.
Quindi: è vegano?
Se il PDRN è quello “classico” di derivazione ittica, no. Punto.
Il problema: l’INCI non ti dice l’origine
In etichetta, il PDRN quasi sempre compare come Sodium DNA o Hydrolyzed DNA, ma queste diciture non ti dicono automaticamente da dove proviene (pesce, biotech, altro).
Risultato: due prodotti possono avere “Sodium DNA” in INCI e racconti completamente diversi, senza che tu possa capirlo solo guardando la lista ingredienti.
Esistono alternative non animali?
Sì, stanno comparendo opzioni dichiarate biotech/coltivate/ricombinanti, cioè PDRN ottenuto senza dipendere dalla filiera ittica tradizionale (almeno per come viene presentata la materia prima).
Ci sono anche prodotti/brand che parlano di versioni “plant-based” (per esempio con riferimenti al ginseng), ma questa è una zona dove le parole vengono usate con molta fantasia, quindi vale la regola sotto.
Se per te “vegan” è un requisito: come muoverti senza impazzire
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Non basta leggere “Sodium DNA”: serve che il brand dichiari chiaramente origine non animale (biotech/ricombinante/fermentazione o equivalente) e, idealmente, lo supporti con documentazione di filiera (scheda tecnica/COA o certificazioni).
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Se il brand non dice nulla sull’origine e invece punta forte su “salmon DNA” come concetto, l’interpretazione più realistica è: derivazione ittica.
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Se un brand usa claim tipo “plant-based PDRN”, consideralo un claim da verificare, non una garanzia automatica.
Cosa può fare davvero a casa: aspettative realistiche
Partiamo da una verità scomoda: il PDRN è una “cosa da laboratorio” che, per arrivare dove dovrebbe, deve superare la barriera cutanea. E la barriera cutanea non è famosa per la sua ospitalità.
Perché l’uso topico è più complicato di come lo raccontano
I nucleici (DNA/RNA e affini) faticano a penetrare lo strato corneo: è letteralmente il lavoro dello strato corneo impedire a roba esterna di entrare.
Questo non significa “allora è inutile”. Significa che se si vuole usare il PDRN in skincare domiciliare, la promessa va ridimensionata: più supporto e condizionamento della pelle, meno “rigenerazione profonda” stile trattamento.
Allora perché esistono studi su PDRN e pelle?
Perché quando il PDRN viene usato in contesti medicali o con sistemi di veicolazione seri (iniezioni, idrogel terapeutici, nano-vettori, ecc.), le cose cambiano.
Ma, e qui sta il punto chiave per il PDRN in skincare a casa: un siero da routine non è un idrogel terapeutico per ferite, e di solito non ha né la stessa logica né le stesse concentrazioni né lo stesso contesto d’uso.
Quindi in una crema/siero domiciliare cosa puoi aspettarti davvero?
In modo realistico (e senza rovinarti l’umore):
Cose plausibili
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Pelle più confortevole e “stabile”: sensazione di pelle meno stressata, più idratata, più morbida.
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Aspetto più disteso e luminoso nel tempo, soprattutto se la formula è ben costruita (umettanti + lipidi + attivi lenitivi).
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Miglioramenti cosmetici sottili su texture e “aria sana”, più che un prima/dopo da poster.
Cose da NON aspettarti
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“Rigenerazione profonda” paragonabile a procedure o trattamenti professionali: se il claim sembra quello, è quasi sempre una trasposizione cosmetica di un attivo nato in contesti clinici.
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Un effetto anti-age “tipo retinoide” (ruga che sparisce): spesso è plumping/idratazione o merito degli altri ingredienti.
La realtà pratica: spesso vince la formula, non la parola “PDRN”
Molti prodotti con PDRN in realtà sono cocktail: ialuronico, niacinamide, peptidi, adenosina, centella, ceramidi… Se la pelle migliora, è molto facile che il grosso del lavoro lo facciano idratazione + barriera + costanza. Il PDRN in skincare può essere un plus, ma raramente è il solista.
Con una buona formulazione, in pochi giorni si può ottenere un miglioramento dell’idratazione cutanea e un maggior senso di comfort; dopo 3–6 settimane di uso costante, l’aspetto è nel complesso migliore, ma bisogna sempre ricordarsi di tarare le proprie aspettative su un cosmetico, non su un trattamento.
Come scegliere un prodotto PDRN in skincare: INCI, posizione in lista, ppm
Se vuoi comprare un cosmetico “al PDRN” senza finanziare la solita fanfiction di packaging, le cose da guardare sono 3: INCI reale, logica dell’INCI (ordine/1%), ppm (se dichiarati).
1) Prima regola: “PDRN” sul fronte non conta. Conta l’INCI.
In cosmetica, il PDRN viene normalmente “tradotto” in INCI come Sodium DNA o Hydrolyzed DNA.
Quindi se il prodotto si chiama “PDRN Serum” ma nell’INCI non compare né Sodium DNA né Hydrolyzed DNA (né Sodium DNA/RNA), è molto probabilmente marketing con cappellino e coriandoli.
2) Seconda regola: la posizione in INCI è utile… ma solo fino a un certo punto
In UE/UK (e in generale anche altrove con regole simili), gli ingredienti sopra l’1% devono essere elencati in ordine decrescente; sotto l’1% possono essere messi in ordine “a scelta” dopo quelli sopra l’1%.
Traduzione pratica:
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se vedi Sodium DNA molto in alto, ok: potrebbe avere una presenza non microscopica (oppure è comunque sopra 1%, ma in quel caso lo vedresti davvero presto).
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se lo vedi in fondo, non è automaticamente “inutile”, ma è plausibile che sia a dosi basse (e che il brand stia sfruttando la regola del <1% per posizionarlo dove fa più scena)
3) Terza regola: se dichiarano i ppm, hai un vantaggio enorme
I ppm (parts per million) ti permettono di trasformare il “trust me bro” in un numero.
Come leggere i ppm e capire se c’è sostanza o solo claim
I ppm (parti per milione) ti dicono quanta “roba” c’è davvero. E sì: spesso smontano il marketing meglio di qualunque recensione.
- Conversione veloce: % = ppm ÷ 10.000. (Esempio: 100 ppm = 0,01%).
- Scala pratica: 100 ppm = 0,01% · 1.000 ppm = 0,1% · 10.000 ppm = 1%.
- Range realistici (leave-on: sieri/creme):
< 100 ppm (<0,01%) = presenza “di contorno” (difficile che sia l’attivo protagonista).
100–500 ppm (0,01–0,05%) = supporto cosmetico leggero.
1.000–5.000 ppm (0,1–0,5%) = range “sensato” e molto usato/raccomandato per uso cosmetico.
5.000–10.000 ppm (0,5–1%) = alto ma plausibile.
> 10.000 ppm (>1%) = molto alto: non è automaticamente “meglio”, ma è una quantità importante. - Esempi reali: alcuni prodotti dichiarano 100 ppm (0,01%), come diversi prodotti a marchio Anua, mentre altri arrivano a 10.000 ppm (1%) come il Medicube PDRN Pink Peptide Serum.
Nota: non esiste una “soglia ufficiale” universale per l’uso topico, ma questi range sono coerenti con livelli consigliati e con range riportati in brevetti su formulazioni a base di DNA/PDRN.
Con quali attivi va d’accordo il PDRN in skincare (routine pratica)
Il PDRN, in cosmetica, è trattato più come ingrediente skin conditioning che come “attivo reattivo”. Tradotto: non è uno di quelli che litiga facile.
I migliori abbinamenti da fare a casa
1) Umettanti + idratazione
Acido ialuronico, glicerina, beta-glucano: fanno squadra perché l’effetto più realistico del “PDRN cosmetico” è proprio comfort e pelle più distesa.
2) Barriera & riparazione “noiosa ma efficace”
Ceramidi, colesterolo, squalane, burri/oli leggeri (se li tolleri), panthenol, allantoin, centella: il PDRN qui gioca bene perché il contesto è coerente con un ingrediente condizionante.
3) Peptidi
È una combo super comune nei prodotti “PDRN + peptide”.
4) Niacinamide / azelaico
In pratica sono coppie molto usate nelle routine “barriera + macchie/rossori”. Se la pelle è sensibile, l’unico vero giudice resta la tollerabilità personale (cioè: se brucia, non è un test di coraggio).
Abbinamenti “Sì, ma con attenzione”
Qui non è il PDRN a essere problematico: sono gli altri attivi a poter irritare.
Retinoidi (retinolo/retinale/tretinoina)
Il PDRN può stare benissimo nella stessa routine: prima come siero lenitivo o dopo come strato comfort. L’obiettivo è ridurre secchezza e “sensazione di pelle che tira”, non fare alchimia.
Vitamina C (L-ascorbic acid, derivati)
In genere: vitamina C al mattino, PDRN sera, così ti eviti layering inutili. Se hai pelle sensibile: riduci sovrapposizioni di attivi “forti” nella stessa routine, per pura sopravvivenza cutanea.
Tabella: PDRN e altri attivi, come abbinarli in routine
Una guida pratica per non stratificare tutto per sport.
| Attivo | Compatibilità con PDRN | Come usarli | Note (pelle sensibile) |
|---|---|---|---|
| Acido ialuronico / glicerina | Sì (combo tipica) | PDRN dopo toner, poi crema | Ottimo per comfort/barriera |
| Peptidi | Sì | Siero PDRN+peptidi, poi crema | Di solito ben tollerato |
| Retinoidi | Sì, ma gestisci la routine | PDRN prima o dopo; crema leggera se serve | Evita di aggiungere anche acidi la stessa sera |
Nota: le precauzioni qui non sono per “incompatibilità col PDRN”, ma per evitare sovraccarico di attivi irritanti nella stessa routine.
Per chi è indicato e per chi no il PDRN in skincare domiciliare
Il PDRN, nel mondo domiciliare, ha più senso se lo tratti come un ingrediente “comfort + supporto” dentro formule ben fatte, non come la scorciatoia per sostituire retinoidi, SPF e buone abitudini (mi spiace, non esistono scorciatoie che non siano filtri).
È indicato se…
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Hai una pelle che si stressa facilmente (sensazione di barriera fragile, secchezza/che tira, rossori reattivi): il PDRN è registrato come skin conditioning, cioè mantiene la pelle in buone condizioni.
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Vuoi un anti-age “gentile”: più focus su aspetto disteso, texture più uniforme e pelle più “in pace” nel tempo, senza la reputazione irritante di altri attivi.
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Stai già usando attivi tosti (retinoidi, acidi) e ti serve un prodotto “cuscinetto” nelle sere di recupero: spesso il beneficio percepito è proprio di comfort e stabilità della routine.
Non è la scelta migliore se…
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Cerchi un effetto drastico e veloce (tipo “ruga sparita”): con l’uso opico le aspettative realistiche sono più moderate.
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Hai acne infiammatoria importante e stai cercando “la crema che risolve”: qui serve una strategia acne vera (e spesso dermatologica), non un ingrediente trend.
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Vuoi skincare 100% vegan “senza se e senza ma”: molte fonti descrivono il PDRN come estratto da milt/sperm di salmone o trota, quindi senza una dichiarazione chiara di origine biotech/ricombinante non è un acquisto “a prova di vegan”.
Attenzione extra: allergia al pesce/crostacei
Dato che il PDRN è spesso descritto come derivato da salmone/trota, chi ha allergie importanti al pesce o ai frutti di mare dovrebbe trattarlo con cautela e parlarne con un professionista prima di usarlo con leggerezza. La materia prima è purificata, sì, ma se hai un’allergia seria non è il caso di fare esperimenti.
Il vero spartiacque: la formula, non la parola “PDRN”
Se la tua pelle è sensibile, conta più questo che il trend:
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Senza profumo/oli essenziali (o comunque formula sobria)
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Con umettanti + barriera (glicerina/HA + ceramidi/pantenolo ecc.)
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PDRN presente davvero in INCI (Sodium DNA / Hydrolyzed DNA), meglio ancora se con ppm dichiarati
FAQ
FAQ: PDRN in skincare
Risposte rapide alle domande più comuni (e ai dubbi più sensati).
Il PDRN è davvero “salmon DNA”?
PDRN e polynucleotides (PN): sono la stessa cosa?
Perché in INCI non trovo scritto “PDRN”?
In un siero/crema funziona come i trattamenti professionali?
Che ppm sono sensati? Quando è troppo poco?
È vegan?
Posso usarlo con retinoidi e acidi?
Quanto tempo ci vuole per vedere risultati?
Ho pelle sensibile o rossori: è una buona idea?
Allergia al pesce: devo evitare?
Conclusione anti-fuffa
Il PDRN in skincare domiciliare non è “la nuova tossina botulinica in boccetta”. È molto più noioso (e quindi più credibile): un ingrediente di supporto, spesso inserito in formule pensate per comfort, barriera e pelle più stabile.
Se vuoi usarlo bene, la regola è semplice:
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Non comprare il claim, compra l’INCI: cerca Sodium DNA / Hydrolyzed DNA (e compagnia).
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Se trovi i ppm, meglio: ti aiutano a capire se è un “ingrediente vero” o una comparsata.
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Guarda la formula :se è coerente con comfort/barriera (umettanti, lipidi, lenitivi), il PDRN ha più senso.
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Se per te vegan è imprescindibile, serve un prodotto che dichiari chiaramente l’origine non animale. E se hai allergie importanti, prudenza prima della curiosità.
Morale pratica: il PDRN in skincare può essere un’ottima scelta quando vuoi una routine che non ti stressi la pelle, soprattutto nei periodi in cui stai già usando attivi più impegnativi o senti la barriera “capricciosa”. Solo che va scelto con un minimo di criterio, non con l’entusiasmo di chi compra un siero perché ha scritto “DNA” in rosa sul flacone.
Aggiornamenti: recensioni prodotti al PDRN (link)
Man mano che pubblicherò nuove recensioni di prodotti al PDRN, le raccoglierò qui sotto per chi vuole leggere esempi pratici per approfondire.








